ROSADEIVENTI non è solo un progetto: è un modo di viaggiare, di stare al mondo. Anche noi siamo per gli spostamenti lenti, a basso impatto, il nostro sport è il couchsurfing, il nostro viaggio è la meta, eccetera eccetera. Ma abbiamo un paio di regole solo nostre, o quasi, che cerchiamo di seguire a qualsiasi latitudine.

1. Non esistono cose da vedere: esistono solo le cose che si vedono.

Qualcuno lo chiama “situazionismo”, qualcun altro fa riferimento a certi flâneur di fine Ottocento, ma la sostanza non cambia: quando arriviamo in un posto ci piace seguire l’istinto, i sensi soprattutto, e la decisione di svoltare a destra o entrare in un cortile dipende dal vociare che sentiamo dalle finestre, o da certi odori delle cucine, molto più che dai consigli dell’infopoint. Ci interessano i bar più che le chiese, e le chiese solo se il prete è un balordo, o parla esperanto. Naturalmente prima di partire buttiamo giù un canovaccio, due o tre snodi principali, ma il resto è pura ed elettrizzante improvvisazione.

2. Ogni mappa è sogno e resoconto.

Anticamente, la mappa era un panno di lino simile alla nostra tovaglia, che ciascun commensale portava con sé per raccogliere gli avanzi del pranzo. Ma era anche il drappo rosso usato negli anfiteatri per eccitare gli animali, come nella odierna corrida. Le mappe degli esploratori erano, insieme, provocazione e storia, cronaca e destino (almeno, questo sono state prima che lo spazio diventasse “geometrizzato” e più o meno oggettivo, ma questa è un’altra storia). Noi vogliamo tornare là. La nostra mappa, disegnata da Ambra Gurrieri, racconta le cose che speriamo di trovare e quelle che abbiamo incontrato. Adesso è poco più che “muta”, ma presto imparerà a parlare: compariranno mostri, tesori, vedove e venditori ambulanti, e magari qualche tappa che non avevamo previsto.

3. I venti, tutti i venti, hanno le loro ragioni.

Che si tratti del temibile Mistral o del gentile Zèfiro, che si parli di bonaccia o di raffiche Forza 7, una cosa è certa: un anemòfilo fiuta i venti e li rispetta. Noi, anche se non viaggiamo per vela, sappiamo correre e aspettare. Anche perché – diciamolo chiaramente – abbiamo buone probabilità di capitare a Marsiglia in uno dei 265 giorni all’anno in cui non spira il Mistral. Potremmo tornare a mani vuote, e allora cosa racconteremo? Racconteremo delle nostre mani vuote.

A proposito: perché non viaggiamo in barca a vela? Non è questo il mezzo per eccellenza “amico dei venti”? La risposta è molto semplice: costa. Ma siccome di necessità virtù (è questo, checché ne dicano, il manifesto di tutti i manifesti), ecco la ragione che ci siamo trovate per consolarci un po’: la verità è che i traghetti ci piacciono. Ci piacciono questi condomìni orizzontali che solcano il mare volgarmente, senza eleganza, con la loro ciurma fatta di gente di terra, la loro stupida fissità, quasi fossero la quinta di un teatro cui cambia, di volta in volta, solo lo scenario. Abbiamo imparato ad amare i traghetti, i cornetti surgelati, l’aria condizionata, l’equipaggio che si chiama staff. Ci affascinano moltissimo anche le navi mercantili. Ma se qualcuno dovesse offrirci un passaggio in barca a vela, o meglio in barcastop, ci farebbe felici come bambine.